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Angelo Liberati
Dalla molteplicità alla Madre dell’Ucciso
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ANGELO LIBERATI - Dalla molteplicità alla Madre dell’Ucciso Sabato 26 novembre alle ore 18,30 presso la Galleria Arcivernice in via Baylle 115 si terrà l’inaugurazione della mostra di Angelo Liberati. Trilogia di sul Cinema, sulla Musica e sul ‘900 in Sardegna Dipinti, tecniche miste, acquarelli, collage, décollage. Durante l’esposizione verranno proiettati i Corti: “Angelo 'Liberato' ” di Andrea Frisan e “L’Invito - Omaggio di Angelo Liberati a Luchino Visconti” di Gino Melchiorre. La mostra continua fino al 10 dicembre. Testo critico a cura di Massimo Antonio Sanna Dalla molteplicità alla Madre dell’Ucciso Dalla molteplicità alla Madre dell’ucciso ovvero Angelo Liberati Sono passati oramai 35 anni da quando Liberati ha iniziato ad operare a Cagliari. Ha portato con sè un bagaglio di esperienze inusuali per la Sardegna; dal surrealismo centro e sudamericano, proprio di uno dei suoi maestri, Silvio Benedetto, alle esperienze romane di frontiera di quei tempi, a cavallo tra il realismo delle varie scuole romane, il pop, il new dada e le esperienze di nuova oggettualità. Questa molteplicità di significanti sta alla base della sua pittura e ne ha costituito l’ossatura, lo stile e il significato. Forse perché all’origine della sua arte vi è l’eterna dicotomia tra un rappresentare figurativo e una coscienza che si è formata tra la neoavanguardia e il realismo. Ma questo è stato già scritto da altri. Mario Ursino e Gianni Murtas - e il sottoscritto - dicono che in Liberati esiste sempre una sintassi sincretica , la tecnica mista , che lo porta a concepire (proprio in senso etimologico) il quadro come un insieme enciclopedico di modi di fare. Convivono stilemi consueti - olio, acrilico, acquerello, grafite, pastelli, e si potrebbe continuare ancora -, con cose che prima degli anni cinquanta non avevano niente a che fare con la pittura. E’ vero, il collage esiste almeno da quando esistono i cubofuturisti, ma l’uso contestualizzante che ne fa Liberati è proprio dell’esperienza POP, cioè un punto nodale didascalico dell’opera. Spesso è un urlo, nelle opere più politiche; quando vengono ritagliati articoli di giornale. Spesso è autoreferente, quando sono gli affiches ad essere incollati sul supporto. Il decollage, nel doppio senso del termine Parente povero delle superfici emulsionabili di molti popist, si ottiene col semplice passaggio di un solvente sull’immagine da riportare. Farebbe pensare a Rauschenberg. Oppure, con il creare casualmente strappi, sbreghi, tagli nella sovrapposizione di tanti collages. Farebbe pensare a Rotella. Vi è poi questo strano modo di agire: dipingere per poi cancellare ciò che si è fatto. Coprire le immagini con le veline o con semi opache campiture monocrome, cioè un incollare e decollare simbolico, ma pittorico. Perché è forse l’enunciato più evidente della pittura contemporanea. Nascondere il macroscopico ed esaltare, anche numericamente, il più piccolo. Sono una dichiarazione di apparteneza, non solo stilistica, al Pop. Dove, più che in ogni altro movimento, è già concetto usare determinati materiali e determinate forme. Un’idea di concetto che si rafforza quando si hanno come riferimenti ideali precisi il pop europeo e soprattutto quello romano che di contenuti ne hanno espresso tanti. Ma la questione è dialettica, si usano certi linguaggi perché si è pop, ma si è pop perché si riportano nel quadro tutte le cose della vita. Musica Un primo capitolo di questa esposizione è la parte dedicata alla colonna sonora della vita dell’artista. Innanzitutto Dylan perché è il contraltare dell’artista romano. Con una vastissima produzione di canzoni politiche - la canzone di protesta nasce con lui -, ma anche pezzi più intimisti, di vita quotidiana e d’amore. Ecco spiegato perché Liberati ha una produzione doppia. Non si tratta di lavori impegnati da una parte e commerciali dall’altra. Ogni persona ha un essere pubblico che lo porta a ragionare sul mondo e una vita privata fatta di cose che sono solo sue. Emblematico, difatti, è stato portare dei quadri ispirati e dedicati non a Dylan, ma a Leonard Cohen. Cinema Al principio vi era il Bertolucci de “L’ultimo tango a Parigi” in una bella mostra alla galleria Sinibaldi. Ora, con un particolare occhio di riguardo alla produzione italiana, ma spaziando verso tutta la cinematografia che lo ha influenzato, v’è questa teoria iconografica. E’ un percorso sentimentale fatto di frammenti di cose che prima erano solo accennate e che verranno sviluppate nella prossima mostra interamente dedicata a Visconti. Evidente è l’utilizzo del riporto e del collage come da tradizione. Se è vero che l’America ha colonizzato anche il nostro inconscio come diceva Wenders, è vero che questi quadri costituiscono una risposta tangibile all’enunciato. La Madre dell’Ucciso Se le opere dedicate al cinema sono una specie di anticipazione di una grande mostra sul cinema, queste sono la puntualizzazione, non ancora il capitolo finale, di una ricerca iniziata cinque anni fa. E’ uno studio iconografico dei primi cinquant’anni del ‘900 in Sardegna. Episodi di grande rilevanza sociale, fissati nei momenti più emblematici, pubblicati nel calendario “Memorie del Novecento in Sardegna” edito dall’ANPPIA nel 2000. Il tutto culmina con la riproposizione dipinta di quella che Salvatore Naitza ha definito “ ... l’opera d’arte più nota e celebrata che possiede la Sardegna”: “La madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa. Quest’indagine, finalizzata al calendario e alle opere che vediamo qui, è stata condotta con lo stesso metodo e con la stessa passione che avevano Rossellini, Visconti e De Sica quando hanno inventato il neorealismo e che aveva Renzo Vespignani colui che forse ha ispirato maggiormente Angelo Liberati. Massimo Antonio Sanna
 
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