La pietà si appoggia al suo bombardamento preferito…
e perdona la bomba. (Gregory Corso)
La periferia metropolitana è un non luogo reale, un posto che dev’essere transitorio per chi ci vive, ma accoglie sempre più individui per via del continuo impoverimento della popolazione stanziale e l’avanzare del sud del mondo all’interno delle città occidentali.
Lontano dagli itinerari turistici e dalla vita economica che conta, esiste meramente come dormitorio, ricordato quasi sempre solo per fatti di cronaca.
Spesso la periferia è all’interno della città; è stata integrata dall’edificazione di quartieri per la middle class e, così, diventa oggetto di attenzioni per speculatori di vario genere.
Precursore di questi fatti fu il Lower east Side di New york, quartiere popolare e storico di immigrati e povera gente, dove un manipolo di artisti fa baluardo contro la gentryfication, cioè l’azzeramento fisico del luogo per la realizzazione di nuove e ricche soluzioni urbanistiche.
Risulta logico che una situazione abitativa così poco realizzante scompaia di fronte ad altri generi di vivibilità proposti dai media anche se coercitivi e irreali.
E risulta altresì logico che la periferia invece interessi a coloro che esulano il più possibile dall’ideologia consumistica e reificatoria cioè gli artisti: cineasti, fotografi e pittori.
Prende spunto dai disordini parigini dell’autunno del 2005 la mostra di Nazzareno Miconi sulle periferie, periferie eterne, di nessun centro.
I suoi dipinti, di medie e grandi dimensioni, tecniche miste, ma realizzati principalmente con vernici acriliche, raccontano e, non solo, prendono posizione su ciò che egli definisce “Periferia Globale”.
Una periferia dell’anima, tangibile, non romantica, dove confluiscono le istanze etnoeconomiche più variegate, ma sempre povere: dove si sono incontrate storicamente Parigi con Baghdad, Belfast con Beirut, Sarajevo con tante altre città del mondo. Dove si sono perpetrati i massacri straordinari e quelli della vita di tutti i giorni.
La duttilità del mezzo gli consente di operare di getto: utilizzando cromatismi marcati, saturi, scuri o luminosi; oppure di indefinire il colore, rendendo il supporto sempre più assorbente. Rilevante è poi il reticolato, quasi geometrico, che caratterizza quasi tutte le opere; un graticciato di linee (scure) che fungono da parafrasi figurale della periferia, del paesaggio frontale dei casamenti dei quartieri proletari: un quadrato di finestre equidistanti e delle stesse dimensioni.
Ma sono anche la rete di demarcazione che segna la cesura delle banlieu, dei reticolati dei campi profughi, delle baraccopoli e delle città sventrate dalle bombe in nome di una “pax occidentale” inutile quanto cruenta, dal così detto “mondo civile”
E’ un gioco sottile di scansioni cromatiche che descrive contrasti sociali, culturali e politici legati ai fenomeni della globalizzazione e Nazzareno Miconi, lungi dal cercare una terza via all’astrattismo, propone con la sue opere un’immagine sensibile tra il massimo del caos, rappresentato in arte dai modi informalisti suoi propri coniugati con le geometrie disarmoniche e precarie delle periferie.
Nazzareno Miconi e Massimi Antonio Sanna
|